15/05/12

36 anni, e sentirli. Tutti.

Ti ritrovi a fare questa cosa un po’ scema da tifosa, che non facevi da vent’anni.
Vabbè, forse meno, eppure mentre sei lì a fare questa cosa un po’ scema non riesci a non pensare ai tuoi sedici anni di vent’anni fa, quando di cose sceme ne facevi tante, e spesso, e senza la discrezione che adotti adesso che hai l’età in cui, al massimo, dovresti accompagnare una ragazzina di sedici anni a fare cose sceme in giro. Un po’ come faceva la tua giovanissima zia con te, quando volevi andare a Monza a vedere il Gran Premio e ti accompagnava lei, perché era troppo lontano e mamma non ne voleva sapere: che un conto era andare da sola a Imola, praticamente dietro casa; ma Monza, con il treno fino a Milano e tutto, assolutamente no. O quando ti portavano al Mugello, che era raggiungibile solo in auto, e tu avevi ancora due anni buoni da aspettare per prendere la patente.

E invece adesso sei lì a fare questa cosa un po’ scema, e non disponendo di bambini da utilizzare come pretesto hai pattuito con F. che “facciamo finta che tu volevi andare e io ti ho accompagnato”. Che a 36 anni sei troppo vecchia per certe cose, e sembra che tutto sia lì per ricordartelo.

A 16 anni, ti catapulti in autodromo/allo stadio/al concerto dopo un countdown di settimane, incurante delle previsioni meteo, del compito in classe del giorno dopo, delle ore di viaggio necessarie e dei chilometri da percorrere a piedi una volta scesa dal treno per raggiungere un posto che magari non sai nemmeno bene dov'è.
A 36 anni, verifichi l’itinerario su google maps, aspetti che la lavatrice finisca il ciclo prima di uscire di casa, riverifichi l’itinerario sul navigatore chiedendoti se ne vale la pena, stendi la lavatrice, e poi, se proprio, esci, già preoccupandoti per il parcheggio.

A 16 anni, porti una 38 scarsa e quasi non lo sai.
A 36 anni, vorresti averlo saputo.
E comunque non puoi non notare che la tua ormai compianta taglia 38, ai tempi, nuotava all’interno di t-shirt extralarge e pantaloni cargo da maschiaccio, mentre le sedicenni di oggi si fasciano in jeans iperattillati e microtop che tua madre non ti avrebbe permesso nemmeno in spiaggia.

A 16 anni, quello della security è un omino.
A 36, è un ragazzetto.

[ne consegue che]

A 16 anni, basta un sorriso e l’omino della security ti fornisce spontaneamente informazioni, dritte, perfino un pass, come quello che una volta ti ha permesso di sederti in una conferenza stampa di fianco a Ezio Zermiani.
A 36 anni, il ragazzetto della security ti chiama “signora” e il sorriso se lo può scordare.

A 16 anni, del resto, sei carina e fresca come una rosa anche dopo una sveglia all’alba, un viaggio massacrante e chilometri percorsi a piedi sotto il sole cocente.
A 36, dopo dieci minuti di permanenza all’aperto hai un principio di allergia, il trucco sciolto e il capello in rivolta, e fai paura.

A 16 anni, sono tutti più grandi di te di dieci-vent’anni, se non di più.
A 36, sono tuoi coetanei e alcuni (orrore) sono perfino più giovani.

A 16 anni, alla prima esposizione di stagione ad un sole già estivo, ti bruci.
A 36, anche.

In fin dei conti ci sono cose che non cambiano mai.


28/04/12

Perché corriamo

Me la trovo davanti in un punto in cui il vialetto del parco - quello in cui lei corre e io giro beatamente in bicicletta - è particolarmente trafficato di bambini molesti, coppie a passeggio, ridicoli cagnetti. Rallento, aspettando il momento giusto per sorpassarla senza mettere sotto nessuno. E no, non si può non notarla. Bionda, con i capelli curatissimi raccolti in una lunga coda, e una silhouette veramente invidiabile: magra ma non anoressica, e soprattutto visibilmente allenata. Sembra correre quasi senza sforzo, anche se è madida di sudore. Cavolo, penso, che brava. Che costanza ci vuole, per una forma fisica del genere. Verrà a correre ogni giorno, e dev'essere bello saper tener fede a un appuntamento con sé stesse, e sentirsi sempre meglio - più forti, più veloci - un giorno dopo l'altro.

La supero rapidamente, e solo dopo noto un ragazzo la cui muscolatura trasuda fanatismo, più che salute, che corre di qualche metro davanti a lei.

"Tempo!" le urla senza voltarsi.

Lei risponde qualcosa con un filo di voce, dopo aver gettato un occhio al cronometro che ha al polso.

"Non basta! Dai dai dai!" urla il ragazzo, sempre senza voltarsi, e allungando il passo.

Accosto con la bici, lascio che lei mi sfili davanti, e solo in quel momento colgo un'espressione sofferente, o forse solo un po' triste.

E improvvisamente mi sembra che di tutti i motivi per correre lei ne abbia scelto uno molto sbagliato.

30/03/12

Prendi la palla e passa a Ibra

- Quindi, capisce, la nostra funzione all'interno dell'azienda è estremamente delicata.
- Mi rendo conto, gestendo tematiche così complesse immagino sarà necessario acquisire conoscenze prettamente tecniche.
- In realtà noi non entriamo mai nel tecnico. In caso di segnalazioni che richiedano questo tipo di conoscenze, attiviamo l'ufficio che si occupa di supporto e assistenza.
- Capisco. Quindi immagino che il lavoro del team si concentri sull'area commerciale.
- Certamente, in quel caso richiediamo l'intervento dell'ufficio vendite.
- ...
- Quindi, come comprende, la nostra è una funzione cruciale.

29/02/12

Sette in condotta

Sarà stato il 1994, o giù di lì.
Sì, insomma, il quarto anno del liceo, perché era l'ultimo anno di latino, e al quinto anno latino non c'era.
Insomma, la prof di lettere si era messa in testa, per malcelata perfidia o per autentica malinconia al pensiero del nostro imminente abbandono del tetro mondo della consecutio, che quell'ultimo voto in latino sulla nostra pagella era davvero importante, e che era assolutamente necessario appurare in maniera definitiva quale livello di preparazione avessimo raggiunto, e apporre un degno suggello a nostra sempiterna memoria. Annunciò quindi che avrebbe organizzato un'ultima interrogazione secondo una modalità del tutto inedita, almeno per la nostra classe. Avrebbe chiesto a ciascuno di noi di tradurre senza vocabolario, all'impronta, un brano su cui non avevamo mai posato gli occhi, nemmeno per esercitazione. Naturalmente la prof si era prodigata a rassicurarci sul fatto che non si aspettava una vera e propria traduzione: voleva semplicemente rendersi conto, spiegava davanti ai nostri occhi sbarrati per il terrore, di come ci muovevamo all'interno del testo e di quali strategie interpretative avremmo adottato - strategie interpretative diverse, ne conseguiva, dal cercare affannosamente la frasetta bell'e pronta tra le pagine polverose del vocabolario.
La notizia di un'interrogazione extra in una materia che tutti davamo già per morta, ai tempi, era fonte di una spaventosa mole di ansia adolescenziale, che ciascuno affrontò come meglio poteva. Io, ammetto con imbarazzo, mi limitai a continuare a studiare, più o meno come avevo sempre fatto. E quindi a tempo perso (sì) mi esercitai (sì) su alcuni brani in latino del libro di testo o di altri libri che mi ritrovavo in casa, più per tenere a bada il panico che non per una reale utilità. Perché andiamo, non eravamo un liceo classico, e il latino era sempre stata affrontato sottotono e sottogamba, come del resto si confaceva a una materia che al quinto anno sarebbe scomparsa e non avrebbe avuto alcun peso alla maturità. Adesso la prof giocava terribilmente sporco, chiedendo una traduzione all'impronta, ovvero qualcosa a cui non ci aveva minimamente preparato nei quattro anni precedenti. Ma questa cosa non gliela si poteva dire, ovviamente: che italiano al quinto anno ci sarebbe stato eccome, e sempre con lei come docente.
Le interrogazioni cominciarono, quello sì, secondo una modalità consueta, cioè a partire da chi aveva collezionato durante l'anno i voti più bassi. Io, di media settemmezzo-otto (l'ho detto: studiavo), fui chiamata tra gli ultimi, insieme a Ilaria, sette-settemmezzo. 
E insomma, eravamo lì, davanti alla cattedra, e la prof consegnò a ciascuna di noi una pagina fotocopiata contenente il brano da tradurre. Il mio suonava stranamente familiare. Lo era: era un brano che avevo tradotto a casa qualche giorno prima, a tempo perso (sì) per esercizio (sì). Non credo di averci pensato nemmeno per un attimo. Ricordo che sollevai gli occhi dal foglio e dissi semplicemente: mi dispiace prof, lei aveva detto che voleva interrogarci su un brano completamente nuovo, ma io questo l'ho già tradotto per esercitarmi a casa, e quindi per me non va bene.
Dopo, ricordo solo un enorme silenzio sospeso: la prof che mi guardava incredula, Ilaria che mi guardava incredula e vagamente risentita. Capisco, disse la prof un paio di volte, e ricordo che tossicchiava imbarazzata senza guardarmi in faccia. La mia interrogazione fu rimandata alla lezione successiva, per darle il tempo di scegliere un altro brano. Ilaria fu interrogata e tradusse il suo brano con una scioltezza che non le era solita e con qualche esitazione, abbastanza lieve da non compromettere un solido otto e i complimenti della prof, che alla fine della lezione uscì dall'aula ancora apparentemente a disagio nei miei confronti, confermandomi che avrebbe trovato un altro brano per la mia interrogazione. Ilaria aspettò che la prof scomparisse nel corridoio per piantarmi in faccia uno sguardo astioso e bisbigliarmi, ancora incredula: ma perché glielo hai detto? anche io conoscevo già il brano che è toccato a me, ma non sono mica andata a dirglielo. 
Non ricordo di avere risposto. Forse una risposta nemmeno c'era. Ilaria mi era sempre stata piuttosto antipatica e il modo furbetto e sprezzante con cui aveva detto quel mica, stringendo i suoi occhietti lucidi da topo, mi irritò ancora di più del suo patetico piccolo imbroglio. Ma non lo dissi a nessuno. 
Fui l'ultima a essere interrogata, qualche giorno dopo, su un brano astruso mai visto prima, e non fu affatto facile.

Tutto questo per dire che.
Sabato scorso guardando la partita con il papà milanista, il cognato juventino e F. mi sono inserita nella accesa discussione che ne è seguita dicendo semplicemente: al posto di Buffon, io avrei detto all'arbitro che la palla era entrata.

Eeeeh, sì, vabbè, hanno risposto gli uomini in coro.

E mi è tornata in mente Ilaria, e i suoi viscidi occhietti da topo, e il suo mica.

Il mio ultimo voto in latino, al quarto anno del liceo, fu un nove.
E per tanti versi fu davvero un bel voto.

23/02/12

It's not you, it's me

Nessuno, in effetti.
Lasciamo stare, dai.

16/02/12

(ma in fondo lo sai)

Poi sbirci i profili di questi che hanno delle posizioni fighissime in aziende fighissime e vedi che hanno fatto l'itis negli anni '80, e nulla più.

E ti chiedi: ma dove ho sbagliato, io?

13/02/12

Sapessi com'è strano

Milano, per ora, è una città fuori dalle finestre, avvolta nel freddo e nel grigio di un cielo invernale come non se ne vedevano da troppo tempo. Questa cosa del cielo grigio, o meglio del cielo azzurro che Roma ha in dotazione e che qui non comparirebbe mai, sta diventando una specie di tormentone da cui non riesco a sfuggire. E’ stato il primo commento di qualunque collega o amico romano alla notizia del trasferimento, e continua ad essere pressoché l’unico. Se si eccettua la vacua cognata che ha chiesto dello shopping.
E invece Milano nelle piccole cose è già una sorpresa, e non dovrebbe esserlo, almeno per me, che a Roma non mi sono mai del tutto adeguata.
Milano che ci ha accolto il primissimo giorno con un gesto gentile (“ma non sapete che oggi c’è il blocco del traffico?” – no, evidentemente – sguardo smarrito nostro, in tenuta da trasloco con i sedili dell’auto ancora ribaltati e invasi dagli scatoloni, alla vana ricerca di un supermercato aperto – “girate qui a destra, e dritti a casa: io non vi ho visti” “…” “… e benvenuti a Milano”).
Milano con le strade pulite e gli autobus, le aiuole fiorite e le piste ciclabili, e i vicini di casa che fanno chiacchiere in ascensore, a dispetto degli stereotipi.
Milano che sembra davvero un bel posto in cui vivere.
Milano da cui adesso mi aspetto un’opportunità, e che già qualche cielo azzurro ce l’ha regalato.
A dispetto degli stereotipi.