11/06/12

Tramps like us

La musica di Bruce Springsteen è una delle tante splendide cose entrate nella mia vita insieme alla persona che amo. (Scusate, ma non c'è modo di dirlo che non suoni stucchevole) (tant'è). Forse per questo, per me, ogni sua canzone è indissolubilmente legata a un noi. Prima di conoscere F., del Boss avevo un solo cd, il greatest hits uscito nel 1995, quello con la copertina che lo ritrae di spalle con la chitarra a tracolla. Ad oggi, dopo nove anni insieme a F., quell'album è l'unico che ho perso: l'abbiamo dimenticato nel lettore cd dell'auto a noleggio con cui, nella primavera del 2011, abbiamo girato il New Jersey in una specie di Bruce Springsteen tour. Ci è rimasta la custodia, in cui abbiamo inserito il cd masterizzato da iTunes dopo avere ricomprato l'album. Una scritta a penna ricorda che l'originale è rimasto nel New Jersey, il che, se vogliamo, è anche un romanticissimo segno del destino. O almeno così ci piace pensare. Di certo, chi ha noleggiato l'auto dopo di noi avrà trovato il cd nel lettore e tutta una serie di insolite destinazioni di viaggio memorizzate nel navigatore gps: Freehold, Asbury Park, l'incrocio tra la E-street e la 10th avenue a Belmar, l'indirizzo di un piccolo cottage a Long Branch. Sono state alcune tappe del nostro viaggio, di certo insignificanti per i più ma imperdibili luoghi dell'immaginario per chi, come noi, sente come un po' sue quelle canzoni che parlano di una terra promessa e di un futuro migliore, di fughe e di ritorni, di desideri e disillusioni, di una promessa e del suo rovescio.

Giovedì scorso, la sera del 7 giugno, eravamo a San Siro con due biglietti acquistati sette mesi fa, a dispetto delle nostre disastrate finanze. Non era il nostro primo concerto, ma questa volta ne siamo usciti con la sensazione, impalpabile eppure fermissima, di avere assistito a qualcosa di molto raro che verrà ricordato a lungo, alla pari di quel mitico concerto del 1985 capitato purtroppo quando sia io che F. eravamo ancora bambini. Del concerto hanno scritto in tanti, molto meglio di quanto potrei fare io che, tra l'altro, non ho il distacco emotivo necessario, e mi guardo bene dal raggiungerlo. Non si va a un concerto di Bruce Springsteen con il distacco di un estimatore della musica e dell'arte. Ci si va per essere portati via, per essere insieme e altrove, e per tornare più forti, più innamorati, più felici, più consapevoli. E' così, punto.

Forse è per questo che una delle cose che ho amato di più, in tutti e quattro i concerti di Springsteen a cui ho assistito, è stato perdermi a guardare le persone. Quelli che iniziano come se fossero mummificati, che restano rigorosamente seduti in mezzo a un mare di gente che balla, ma che poi si accendono su una canzone, una canzone che evidentemente aspettavano, e si alzano con un salto, e la cantano con gli occhi lucidi, e la accompagnano con le braccia al cielo. Le ragazze giovanissime che ballano scatenate dall'inizio alla fine sulle note di una band di vecchietti che potrebbero essere loro padri, e perfino nonni. Gli uomini che incitano la folla, che vorrebbero tutti in piedi per tutto il tempo, che non riescono a essere contenuti in un posto numerato ma corrono avanti e indietro per tutta la tribuna. Quelli che per tutto il tempo battono il palmo della mano aperta sul cuore, con le lacrime che rigano le guance. Quelli che battono solo le mani, e magari neanche a tempo. Quelli che protendono verso il palco la bottiglia di birra, in un brindisi infinito. Quelli che gridano. Quelli che le cantano tutte, parola per parola. Quelli che riconoscono la canzone dalla prima nota, e quelli che ci arrivano dopo un po'. Quelli che si baciano, si tengono stretti, e sfoderano perfino l'accendino. Quelli che saltano così tanto da fare tremare tutta la gradinata. Quelli che hanno i brividi quando attacca l'armonica. Quelli che si mettono la testa tra le mani per trattenere l'emozione, e forse nascondersi un po'. Quelli che si guardano attorno e che si sorridono anche se non si sono mai visti prima.

E' successa una cosa molto buffa, e tenera, e bellissima, alla fine del concerto. 
La racconto, dai.

La gente è già in fila per uscire dallo stadio, io e F. ci sediamo stremati (letteralmente: il giorno dopo ci ritroveremo entrambi senza voce e io con un ginocchio fuori uso) dopo avere trascorso le tre ore e quaranta minuti del concerto senza prendere fiato nemmeno un secondo. Qualcuno bussa alla mia spalla. Mi volto, è una signora di una certa età che mi guarda sorridente e mi dice con grande enfasi "thank you!". La guardo senza capire, cerco di ricordare se ci siamo già viste altrove, ma non la conosco e non c'è motivo alcuno per cui mi debba ringraziare. Penso di avere frainteso, resto a guardarla una frazione di secondo pensando a cosa dire, ma lei mi anticipa. Mette una mando sul cuore, con l'altra indica me e F. e prosegue: "thank you guys, you were wonderful! I was right behind you and I couldn't help looking at you. You-were-wonderful!". Sorride, sorrido, la ringrazio con un po' di imbarazzo, ci scambiamo qualche parola sul concerto, ci diciamo che sarebbe davvero bello andare anche a quello di Firenze. Lei si allontana, io resto lì a pensare, come fosse la prima volta, che forse mentre io mi perdevo a guardare gli altri qualcuno si è perso a guardare noi noi che ci tenevamo stretti mentre Rocky Ground si innalzava come una preghiera per tempi migliori, o mentre Land of Hope and Dreams mi faceva sciogliere in un pianto dirotto noi che abbiamo cantato No Surrender l'uno all'altra, occhi negli occhi, sciocchi e felici come solo sanno essere gli innamorati noi che abbiamo ballato Dancing in the Dark alla faccia di qualsiasi impietoso confronto con Bruce e Courtney, meravigliosi nonostante i terribili anni '80 noi che abbiamo scandito a squarciagola tramps-like-us e accompagnato Born to Run prendendo a cazzotti il cielo, pugno nel pugno.

E' questo che rimane di un concerto del Boss. Dopo quarant'anni di carriera, è dubbio che debba ancora dimostrare qualcosa a qualcuno. Al di là dei capolavori assoluti, al di là degli album minori che restano comunque più degni e più densi di tanta robaccia che si sente in giro, quello che la sua musica dice e fa alle persone è qualcosa di raro e meraviglioso.

E' così.
Punto.

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